Virtually Present, Physically Invisible

The freezing cement stings my heels while, in total solitude, I find myself looking at a pair of sneakers, abandoned beneath a shiny metal bench. The bench sits against the wall of a tight and low space, almost like a container, which is illuminated by a cold, hissing neon light. They are a child’s shoes, thrown in a messy heap of other old shoes, covered with dust and abandoned in this space of suspension and waiting, the first direct reference to the hopeful yet desperate journey undertaken by many migrants across the border between Mexico and the United States, which I too, in a way, am experiencing. I too wait barefoot, in the reconstruction of a hielera in which the police have kept the migrants cramped up for days, for a red light and a siren that will tell me to go through a door. Once I pass the threshold, I am swallowed up by the blackness of a large dark space, cut in two by a horizontal band of dim red light. I take a few steps towards two shadows that ask me to move closer. Now there is an expanse of fine, cold sand beneath my feet, like at the seaside on a summer night, but mixed with sharp, cutting gravel. With tentative steps, almost limping, I reach the shadows: I make out two female faces, which speak to me and ask me for the sake of safety not to run or throw myself on the floor during “the experience” (as they call it). They place a backpack on my shoulders, a VR headset on my head, and earphones over my ears. For a moment, everything goes dark.

Thus begins the experience of Carne y Arena by the Mexican director Alejandro González Iñárritu, an installation that allows the visitor, through virtual reality (VR), to take part in the dramatic adventure of a group of migrants intercepted by the U.S. Border Patrol while trying to cross the border at night. Read my essay on Senses of Cinema No. 87 »

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Virtualmente presente, fisicamente invisibile

A piedi nudi sulla sabbia, indosso un visore per la realtà virtuale e comincio a muovermi nello spazio. Scorgo alcune luci all’orizzonte, tutt’attorno una scarna vegetazione, sono nel deserto. Tra i cespugli un gruppo di persone – migranti che cercano di varcare il confine tra Messico e Stati Uniti – si avvicina risalendo un dosso. La polizia piomba sul posto e un elicottero volteggia minaccioso sopra la scena. Vengo investito da un fascio di luce accecante, dal rumore assordante del motore e da folate d’aria fredda smossa dalle pale del velivolo. È il caos, i militari con i fucili spianati gridano ordini. Un uomo tenta di fuggire, ma viene colpito. Ci sono delle donne, un ragazzino, un neonato tra le braccia del padre. Sui loro volti la stanchezza e la disperazione. Dopo un secondo passaggio dell’elicottero, d’improvviso tutto tace. Ora i migranti siedono attorno a un tavolo; minuscole figure umane e una sorta di nave sembrano affondare nel piano liquido del tavolo. Poi si torna alle perquisizioni e agli arresti. Mi avvicino ad alcuni migranti, mi chino per vederli meglio in volto, resto al centro dei due fronti. Ora provo a distanziarmi per vedere la scena nel suo insieme, ma qualcuno mi strattona alle spalle: mi sono avvicinato troppo alle pareti della sala e un assistente mi ferma. Torno al centro e a un tratto, per una frazione di secondo, l’immagine quasi subliminale di un cuore ripulsa di fronte ai miei occhi. Uno dei militari mi urla contro, sembra ce l’abbia proprio con me, mi punta il fucile al petto, mi fissa dritto negli occhi, il suo sguardo mi segue anche se mi scosto verso destra. Quasi alzo le mani, sto per gettarmi a terra, ma infine tutto è inghiottito dal buio.

Ecco un’approssimativa e personale descrizione della sezione centrale di Carne y Arena, installazione multimediale creata dal regista Alejandro G. Iñárritu in collaborazione con il direttore della fotografia Emmanuel Lubetzki, il compositore Alva Noto e gli ILMxLAB (alla Fondazione Prada di Milano da giugno 2017 a gennaio 2018). Ne parlo – con atteggiamento entusiasta ma anche molto critico – in questo articolo pubblicato su Fata Morgana web.

Gli agguati dello sguardo

Fig. 1

Viviamo ancora le immagini dell’acqua,
le viviamo sinteticamente nella loro complessità primaria
dando spesso loro la nostra adesione irragionevole.

Gaston Bachelard, Psicanalisi delle acque, 1987

Riferimento imprescindibile dell’invenzione cinematografica contemporanea, le inquadrature “acquatiche” che presagiscono gli agguati dello squalo sono il cuore dell’esperienza che lo spettatore ha compiuto nel 1975 e continua tutt’oggi a compiere di fronte a Jaws. Il film di Steven Spielberg (regia), Verna Fields (montaggio), John Williams (musiche) e Bill Butler (fotografia) sfrutta con grande efficacia le potenzialità visive e simboliche dell’acqua, coinvolgendo lo spettatore in una terrorizzante immersione. Da sempre del resto l’acqua nel cinema dà materia e sostanza ai desideri, ai sogni, alle ossessioni, ai traumi, alle paure consce e inconsce dell’uomo, trasfigurando sullo schermo i miti e gli archetipi dell’immaginario individuale e collettivo. Questo contributo, intitolato Gli agguati dello sguardo. Enunciazione della suspense in Jaws e inserito nello speciale sui 40 anni de Lo squalo curato da Andrea Minuz per la rivista Cinergie (n. 7/2015), si sofferma proprio su alcuni aspetti stilistici e formali del film, in particolare sulle inquadrature “acquatiche” che contraddistinguono la prima metà del film e che suggeriscono la presenza del mostro e l’imminenza di un suo attacco all’uomo. La tesi fondamentale è che il gioco di allineamenti e disallineamenti ottici costruito attorno allo sguardo dello squalo e l’insistente sollecitazione della sensibilità corporea dello spettatore costituiscano un’originale strategia di costituzione dell’esperienza filmica.

Fig. 7

Figure dell’acqua

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Il nuovo numero di Segnocinema (il 182) contiene uno Speciale, da me curato, sulle Figure dell’acqua, ricognizione non scientifica sulla relazione simbiotica fra il cinema e l’acqua. L’ispirazione proviene dalla suggestione dell’opera del filosofo francese Gaston Bachelard, che proprio ai quattro elementi ha dedicato i suoi studi sulla rêverie e la letteratura: un sogno a occhi aperti nelle forme e nei simboli dell’immaginazione poetica. Nella sua Psicanalisi delle acque (1942) Bachelard ha già segnalato la molteplicità dei significati e degli usi dell’acqua a cui attinge la letteratura. La poesia per prima ha scaturito dal sogno acque tanto placide e trasparenti quanto torbide e tumultuose, così che l’acqua è simbolo di bellezza e generatrice di vita almeno quanto sostanza fatale e gorgo mortale.

Nell’immaginazione cinematografica la relazione con le immagini, i suoni e l’acqua è persino più intima e di reciproca e profonda implicazione: una relazione simbiotica e osmotica, perché lo scorrere delle immagini sulla superficie dello schermo e il propagarsi dei suoni nella profondità dello spazio sono eventi dalle proprietà intrinsecamente acquatiche. A cavallo fra metafore del linguaggio e materialità dell’esperienza, il rapporto simbiotico fra cinema e acqua si realizza quando l’estetica del film cerca di offrire allo spettatore un’esperienza immersiva, di totale avvolgimento e coinvolgimento. Se a livello basilare il film offre una tempesta di stimoli e un bagno di sensazioni, sul piano percettivo è un inarrestabile flusso di immagini e suoni, e così a livello affettivo è un’inesauribile sorgente di emozioni, sino a divenire, a un piano più elevato, una riflessione sulla natura e sulla vita umana.

L’immersività è divenuta oggi un tratto distintivo dell’esperienza filmica, obbligata a ricorrere a soluzioni intensificate per fronteggiare il processo di frammentazione e dislocazione delle occasioni di fruizione filmica all’esterno della sala (nel salotto di casa, nei luoghi di transito e sui mezzi di trasporto, sul computer di casa o in movimento, persino ormai sui tablet e gli smartphone). Il cinema così come lo conoscevamo prima della digitalizzazione e della convergenza ha reagito a questa nuova insidia intensificando la propria proposta di coinvolgimento, ridefinendo al rialzo i propri effetti speciali e puntando dunque ancor più su un’esperienza in grado di dare allo spettatore l’impressione di essere assorbito dallo spazio della rappresentazione e immerso nelle immagini e nei suoni.

Annegamenti (e riemersioni)

Ciò che gli articoli dello Speciale vogliono mostrare è che questo assorbimento e questa immersività non rimangono un progetto metaforico, ma si concretizzano sfruttando appieno ed esplicitamente le potenzialità estetiche e drammaturgiche dell’acqua. È interessante notare per esempio come il cinema contemporaneo usi spesso l’ambiente acquatico – oceani, fiumi, piscine – come scenografia e location. Anche se dobbiamo dire subito che l’acqua non è affatto solo l’ambiente fisico in cui agiscono (e sono costretti a lottare) i personaggi, ma anche un modo per dare consistenza visiva e auditiva ai sogni e ai desideri più reconditi: l’acqua è una sostanza che annega e riporta a galla. Nel finale di The Hours (Stephen Daldry, 2004), per esempio, Virginia Woolf riempie le proprie tasche di sassi e si lascia affogare nel fiume. In The Truman Show (Peter Weir, 1998), per evitare che Truman scopra l’inganno del reality show, la produzione instilla in lui la paura dell’acqua (suo padre era morto annegato durante una gita in barca). La separazione del figlio dal padre è rappresentata nelle sporche acque delle fogne in Ratatouille (Brad Bird, 2007), o in una piscina pubblica in Minority Report (Steven Spielberg, 2002). Nello stesso film l’acqua è un motivo ricorrente – vi sono immersi, come in un liquido amniotico, i “precogs”. E in piscina emerge definitivamente il dramma del “mecha” David in A. I. – Intelligenza artificiale (Steven Spielberg, 2001).

In Ray (Taylor Hackford, 2004) l’acqua compare nelle allucinazioni e negli incubi legati al trauma dell’annegamento del fratello bambino del protagonista. Ancora, in Titanic (James Cameron, 1997) Jack Dawson, assiderato, viene inghiottito nell’acqua ghiacciata dell’Atlantico. In The Prestige (Christopher Nolan, 2006) i cloni di Robert Angier vengono annegati dopo ogni telecinesi. Ne Le verità nascoste (Robert Zemeckis, 2000) l’acqua nasconde e riporta a galla le tracce del crimine e la paura. La paura corre sul fiume in Cape Fear (Martin Scorsese, 1991), Il fiume della paura (Curtis Hanson, 1994), o Insomnia (Christopher Nolan, 2002). L’acqua divora l’umano in film sci-fi come Sphere (Barry Levinson, 1998) o in film catastrofici come Deep Impact (Mimi Leder, 1998), La tempesta perfetta (Wolfgang Petersen, 2000) e 2012 (Roland Emmerich, 2009). L’acqua isola l’uomo come in Cast Away (Robert Zemeckis, 2000) o ancora in The Truman Show. Genera nuovi Ulisse, nuove sirene, nuovi Giona e nuovi Noé, come in Waterworld (Kevin Reynolds, USA, 1995), o è nascondiglio e dimora di creature misteriose come in Lady in the Water (M. Night Shyamalan, 2006) e Big Fish (Tim Burton, 2003).

Gli esempi potrebbero continuare a centinaia, a riprova che l’acqua è un elemento dall’efficace finzionalità scenografica e drammaturgica, in modo particolare quando si tratta di dare concreta rappresentazione all’inconscio e al trauma, al nascondimento e alla rivelazione, alla purificazione dal peccato e alla sua riemersione. L’acqua del resto è portatrice di un’imponente simbologia. Fin dall’antichità rappresenta la “grande madre”, l’origine di ogni principio vitale (Talete), ed è strettamente legata all’atto della visione (Aristotele). Le figure di Poseidone/Nettuno, Afrodite/Venere, Narciso e Ulisse testimoniano il suo ruolo cruciale nella mitologia greca e nella tradizione latina. Sino alla fortissima valenza mistica che l’acqua assume nella liturgia ebraica e cristiana come mezzo di purificazione e rinascita.

Per venire alla contemporaneità e all’inconscio, nella psicoanalisi freudiana la presenza dell’acqua nei sogni è un rimando alla condizione pre-uterina e al momento della nascita, oltre a costituire, nel suo movimento e nei suoi riflessi, un motivo di distorsione delle immagini e dunque della realtà. Per Carl Jung la presenza dell’acqua – del mare in particolare – nel sogno è il simbolo stesso dell’inconscio. Questa simbologia si dispiega ogni qual volta l’acqua appare sullo schermo: è proiezione esteriore e percepibile di una condizione interiore, o persino una sostanza in cui lo spazio della rappresentazione e lo spazio mentale si mischiano fra loro.

Immersioni (e riemersioni)

Nel suo essere sostanza scenografica, propellente drammaturgico e rimando simbolico, l’acqua nel cinema è anche uno strumento chiave nella costituzione di un’esperienza immersiva. A essere bagnato, trasportato, trascinato, inondato, annegato non è solo il personaggio, ma anche lo spettatore, soggetto di un’esperienza liquida. Se volessimo risalire la corrente sino alle sorgenti, diremmo che l’avvio del progetto d’immersione dello spettatore corrisponde alle origini stesse del cinematografo, quando il moto dei corsi d’acqua – penso alle vedute degli operatori lumièriani – era usato come mezzo di movimentazione della macchina da presa per produrre quelle che poi avremmo chiamato carrellate. Ma già in origine il cinema mirava sia a offrire allo spettatore la fluida resa della realtà, sia a stupirlo colpendo i suoi sensi. Realismo e attrazione seguono da sempre lo stesso corso d’acqua.

Le onde spumose del mare sono un elemento rilevante nei primi film britannici, come Rough Sea at Dover (Birt Acres, 1895), Dover Pier in a Storm (Cecil M. Hepworth, 1900) e Breaking Waves (Cecil M. Hepworth, 1900). Guardando American Falls from Above, American side (Thomas Edison, 1896), allo spettatore pare di percepire il fragore delle cascate anche se l’inquadratura è una, statica, muta. In Panorama of Gorge Railway (Thomas Edison, 1900) il flusso impetuoso di un fiume è combinato con il movimento della macchina da presa, posizionata sulla locomotiva di un treno, in direzione opposta. Il conflitto fra il moto dell’acqua, quello della macchina da presa e la massa di spruzzi e di schiuma che giungono quasi a bagnare l’obiettivo enfatizza l’impressione del movimento.

E poi corpi in acqua. Nel cartellone dei dieci film della mitica serata alla Salon indien du Grand Café di Parigi, il 28 dicembre 1895, compare anche La mer dei fratelli Lumière, quaranta secondi di tuffi in mare. L’anno successivo allo stesso Cafè viene proiettato anche I bagni di Diana, film italiano girato a Milano dall’operatore Lumière Giuseppe Filippi, in cui i tuffi stavolta sono in piscina. In Sutro Baths, Sutro Baths, No. 1 e Lurline Baths (Thomas Edison, 1897), serie di cortometraggi girati in due piscine di San Francisco, la discesa dei bagnanti dagli scivoli crea schizzi d’acqua nella direzione della macchina da presa. La natura meccanica della fluidità cinematografica emerge in Bathers (Cecil M. Hepworth, 1900), dove attraverso il reverse motion, i corpi umani si tuffano nell’acqua e ne fuoriescono.

Lungo l’evoluzione del cinema l’acqua è divenuta ben più che mero mezzo di movimentazione, ambiente scenografico o espediente attrattivo, al punto da permeare lo stesso linguaggio delle immagini in movimento. Si pensi ai fluttuanti titoli d’apertura di Emak Bakia (Man Ray, 1926) o alle immagini dissolventi in Étoile de mer (Man Ray, 1928), per citare due esempi tratti dalla stagione delle Avanguardie. Ma saranno soprattutto agli autori francesi degli anni Venti e Trenta (L’Herbier, Epstein, Vigo) a fare ampio uso della ricchezza visiva e narrativa dell’acqua creando soluzioni stilistiche ispirate alle sue proprietà. Come ci spiega Deleuze ne L’immagine-movimento, il flou, la sovraimpressione, i filtri, il fuori-fuoco marcano «il passaggio da una meccanica di solidi a una meccanica di fluidi». Quelle tecniche primitive si sono evolute ma sono ancora le proprietà dell’acqua a descrivere meglio la qualità di mezzi moderni come la steadicam, che s’insinua nello spazio con fluidità, o certi burrascosi movimenti di macchina, fino alle sempre più frequenti riprese subacquee.

Nella realizzazione di questo progetto hanno un ruolo essenziale non solo gli strumenti espressivi, estetici e drammaturgici, ma anche gli aspetti sonori e architettonici dell’esperienza filmica. Si pensi al ruolo chiave del suono nell’immersività: la natura delocalizzata della stimolazione e della percezione acustica ha fatto sì che si sviluppassero progressivamente soluzioni tecniche di registrazione e riproduzione del suono sempre più definite e distribuite nello spazio della sala cinematografica. Il suono di fatto circonda e immerge lo spettatore con un impatto determinante – persino più efficace dell’immagine – sul senso d’immersività. Anche gli spazi di visione, con progressivi mutamenti nell’architettura della sala e nella forma degli schermi (si pensi all’IMAX), tendono a trasformare lo spazio di visione in un ambiente sempre più immersivo. La sala a questo punto non è soltanto un meraviglioso acquario che chiede di essere contemplato dall’esterno, ma piuttosto un immenso oceano da esplorare, un fiume in piena da percorrere, una limpida baia in cui nuotare, una melmosa palude in cui essere inghiottiti, una minacciosa tempesta da attraversare, una cascata da cui tuffarsi, un gorgo di emozioni in cui essere risucchiati.

Da sempre dunque il cinema usa l’acqua e le sue caratteristiche per suscitare determinati effetti sensibili sullo spettatore, cioè generare modalità di esperienza riconducibili non tanto alla contemplazione a distanza, quanto piuttosto al coinvolgimento diretto, immediato e intenso dei sensi e della mente. Pur con sfumature e intenti differenti, ciò è vero lungo tutto l’arco della storia del cinema e, trasversalmente, in tipologie diverse di film (dal documentario al film narrativo), nel cinema sperimentale come nel cinema mainstream, nel cinema-cinema come in tutte le esperienze più generalmente audiovisive, come la videoarte.

Ecco allora che in un’epoca in cui la parola immersività sembra essere esclusivo appannaggio dell’intelligenza artificiale, dei nuovi media e degli ambienti virtuali – detti appunto “immersivi” poiché offrono all’utente sensazioni e possibilità d’azione e interazione simili a quelle della vita reale – l’immersività cinematografica può riemergere come un tratto caratteristico dell’esperienza filmica contemporanea e ritornare ad affermarne la centralità. Si tratti di cavalcare la cresta dell’onda o di inabissarsi nelle più cupe profondità del film.

Film in Depth

The pupil is made of water.
Aristotle, De Anima, III

The true eye of the earth is water.
Gaston Bachelard, L’Eau et les rêves , 1942

Fig 1
Ménilmontant (Dimitri Kirsanov, 1924), L’Atalante (Jean Vigo, 1934), Le Tempestaire (Jean Epstein, 1947)

My essay Film in Depth. Water and Immersivity in the Contemporary Film Experience has just been published in Acta Universitatis Sapientiae – Film and Media Studies, the international scientific journal of Sapientia Hungarian University of Transylvania. In this essay I argue that since its beginnings, cinema has recognised that water can visually give matter and meaning to human desires, dreams and secrets, eliciting suspense and fear. Using different aesthetical and technical strategies, contemporary cinema shows immersed and drowning bodies to represent and express intimacy and protection, suspense and fear, obsession and depression, state of shock, past or infancy trauma, hallucinations and nightmares, etc. The case of enwaterment (i.e. “waterembodiment”) is significant because of its relevance to the point where psychoanalysis and philosophy meet. I attempt to investigate what is actually meant today by making a bodily and sensible experience of film by analysing the substance of water and the figures of the drowning and immersed body. Cinema embodies aquatic modalities of perception and expression, pulling the viewer into a liquid environment that is the confluence between the film-body and the filmgoer-body.

Fig 7
Ray (Taylor Hackford, 2004)

Sonoluminescent Art


Camera Lucida (Evelina Domnitch and Dmitry Gelfand, 2007)

Next Sunday, I will be presenting a paper entitled Sonoluminescent Art. Transmutation of Sound into Light and Immersive Spectatorship at the X MAGIS – International Film Studies Spring School in Gorizia. The paper is part of my research project on immersive spectatorship and focuses on a series of contemporary sound and video artworks that explore and reflect upon the phenomenon of sonoluminescence. Sonoluminescence (literally ‘light from sound’) is a phenomenon caused when ultrasound waves excite a liquid, creating tiny bubbles which emit light when they collapse. It was first discovered by scientists who were attempting to accelerate the process of developing photos, in the early 1930s.

Screen Attachments


The Magic Dome (Kilohertz, 2011) at QC Termemilano Spa

The Special issue of Screening The Past on “Screen Attachments” has just been released. My essay Waterbodies: Moving-image installations at Termemilano Spa is presented as follows in the Introduction by issue curators Paola Voci and Catherine Fowler:

“With Adriano D’Aloia’s essay we shift locations once again, from the home, art spaces and the Internet to health spas. The example of moving image installations in Italian Spa’s is used to provide an original examination of what Casetti has called the relocated filmic experience. Just as Ng re-examined interactivity, so D’Aloia re-visits scholarly work on immersion and, to a lesser extent, absorption. The moving image installations he explores act as a hinge that joins the classical viewing experience in a movie theatre with the relocated experience outside of that familiar space. More importantly, D’Aloia argues, “the spa moving image experience helps us to reframe both the theatrical and relocated dimensions of the contemporary film experience”. In his essay the relationship between viewers and screens becomes one that is multi-sensorial and also part of a ‘wellness itinerary’. Spa installations are used to interrogate the well accepted application of notions of immersion and absorption to describe how viewers are enveloped, and involved in, engage with and become attached to cinematic moving images.

D’Aloia’s essay asks important questions that contribute to studies of the attractions of moving images once they step outside of the movie theatre. In his case study, consisting of installations and projections at Termemilano spa, Milan, he traces the ways in which an annex to the film experience is offered, as all our senses are engaged “through the use of interfaces that combine simulated stereophonic sound, tactile and haptic impressions with thermoreceptive and even kinaesthetic sensations”. In one sense D’Aloia’s examination of a water-based screen experience propels an examination of the roots of the application of the terms immersion and absorption. For visitors to the spa are literally immersed in water before encountering moving images projected on walls and ceilings that show abstract and real underwater impressions. Following these water-based therapies, visitors can undertake a water-based moving image experience either in rooms where relaxing, abstract underwater images are projected on walls and/or ceilings, or in the magic dome in which a 360 degree geodesic structure containing images and sounds envelops the visitors. For D’Aloia, acoustic space supports “a sort of hydro-audio-visual massage” that is set off by the virtual and literal ‘enwatering’ of visitors. Finally, D’Aloia observes that spa moving image experiences might be seen as responses to the loss of immersion that accompanies the exit from the movie theatre. Yet it is not as if we are once again absorbed in the film, involved with characters and forgetting ourselves; instead, the spa-going experience offers a “new kind of embodied auto-empathy based on ‘bodily immersion’”.

Atonement

For with earth do we see earth, with water water,
with air bright air, with fire consuming fire,
with Love do we see Love, Strife with dread Strife.

Empedocle (B 109)

Espiazione

Atonement (Joe Wright, 2007) – a water-based film that calls for a water-based (immersive, liquid, aquatic) spectatorship.

Enwaterment

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I am presenting a draft of the first step of my investigation on drowning bodies and cinematic experience at the Emergent Encounters in Film Theory. Intersections between Psychoanalysis and Philosophy international film studies conference, hosted by the King’s College Film Studies Deparment in London on the 21st of March.

Keynote Speakers: Steven Shaviro (Wayne State University), Vicky Lebeau (University of Sussex)

Interdisciplinary approaches to the theoretical discussion of the cinematic medium have often engaged with philosophical or psychoanalytic perspectives. While philosophy and psychoanalysis are by no means opposed schools of thought, the potential to develop new ways of understanding film remains an opportunity to be explored. In seeking out further lines of enquiry, the study of intersections between cinema/philosophy/psychoanalysis, seems most pertinent to our generation of ‘film thinking’, to invoke Daniel Frampton’s concept of the ‘film mind’, whose future still stands, to some extent, in the shadow of psychoanalysis. Recent philosophical models of thought offered by film theorists such as Frampton and D.N Rodowick embrace a new ontological grasp of the cinema, but what then are the implications of this shift for psychoanalysis? The question, therefore, remains whether philosophy and psychoanalysis are indeed irreconcilable, or if the specific philosophical turn sets up boundaries that unjustly seal off the possibility of dialogue between the two methodologies.

Drowning Bodies

And what about drowning? Cinema has immediately recognized that water could visually represent the substance of human dreams and desires. Water can connect or separate conscious and onyric worlds, arousing the spectators’ actual response (lack of breath, sense of choking, menace…). I’d like to figure out if and how the representation of drowning body in contemporary cinema could be a strategy to engage a corporeal relation with the spectator’s psychic dimension, in terms of 1) depth: from the reflective and narcisist surface to the dark profundity; 2) consistency: from the transparent swimming-pool to the opaque and cloudy lake; 3) expressive forces: from the quite, though threatening, ocean to the impetuous river. Here you have a collection of snapeshots captured from “water-based” movie (What Lies Beneath, The Sphere, Jaws, Minority Report, The Hours…).

Altra “figura esperienziale” interessante: l’annegamento, il corpo sommerso… Il cinema ha da subito riconosciuto come l’acqua posso rappresentare visivamente la sostanza dei sogni e dei desideri umani. Essa connette e separa dimensione del conscio e dell’incoscio, sollecitando risposte fisiologiche nello spettatore (mancanza del respiro, senso di soffocamento minaccia…). Un passo ulteriore potrebbe essere capire se e in che modo la rappresentazione dei corpi in annegamento nel cinema contemporaneo è una strategia di “ingaggio” di una relazione corporea fra la dimensione psichica dello spettatore in termini di 1) profondità: dalla riflettente e narcisistica superficie, alla profonda oscurità; 2) consistenza: dalla trasparenza di una piscina, all’opacità delle acque torbide di un lago; 3) forza espressiva: dalle placide, per quanto minacciose, acque dell’oceano, al moto impetuoso del fiume. Ecco una piccola lista per immagini di film che mostrano corpi immersi o in annegamento (Le verità nascoste, Sfera, Lo squalo, Minority Report, The Hours…).

drowning