Solo andata, e ritorno

Solo andata, e ritorno. Ho voluto intitolare così il piccolo di video di montaggio di sequenze tratte da alcuni dei film che nella storia del cinema hanno rappresentato la Shoah, pescando fra documentari e film narrativi, proprio per sottolineare la diversità e la complessità delle forme con cui il cinema ha restituito (e provato ad alleviare, proprio attraverso una riflessione per immagini) l’orrore dell’Olocausto. Il video è stato presentato mercoledì 15 maggio nell’ambito dell’evento  Se questo è un uomo. Narrare la resistenza al disumano, serata introduttiva del convegno conclusivo del Ciclo seminariale “Giustizia e letteratura“, organizzato dal Centro Studi “Federico Stella” sulla Giustizia penale e la Politica criminale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Treni che partono o giungono a destinazione, personaggi che salgono o scendono, istanti di dolore o di liberazione: viaggi di sola andata – quando i “viaggiatori” stipati nei convogli finivano in campo di concentramento -, ma anche ritorni, come per Primo Levi nel suo estenuante ritorno a casa attraverso l’Europa orientale. Durante la sua relazione, il professor Ruggero Eugeni ha spiegato anche il senso del video nella sua scelta di mostrare solo sequenze in cui vi fosse un treno in partenza, in viaggio o in arrivo. In primo luogo, l’imbarco sui treni della deportazione rappresenta spesso l’ultimo momento di libertà, per quanto amara, per i personaggi: è il momento in cui si può ancora compiere una scelta, spesso disperata, sempre segnata da una profonda implicazione etica e morale. Come la straziante scelta di Sophie nel dover scegliere quale dei due figli salvare (La scelta di Sophie di Alan J. Pakula), l’insistenza di Dora per poter salire sullo stesso treno su cui si trovano suo marito e il suo piccolo (La vita è bella di Roberto Benigni), il salvataggio del pianista Szpilman da parte di un gendarme (Il pianista di Roman Polanski) o di Itzhak Stern da parte di Oskar Schindler (Schindler’s List di Steven Spielberg). Tra i film citati, anche lo storico e crudo documentario Notte e nebbia di Alain Resnais e le interviste sul posto di Shoah di Claude Lanzmann, il surreale Train de vie e due pellicole italiane, Kapò di Gillo Pontecorvo e La tregua di Francesco Rosi sul ritorno a casa di Levi. A far da cornice, proprio un frammento di Se questo è un uomo di Primo Levi e le immagini dello scrittore, spaesato, in visita ad Auschwitz nel 1984, tratti dal documentario La strada di Levi di Davide Ferrario. La seconda ragione è l’intima connessione fra un mezzo di trasporto come il treno e un mezzo di comunicazione come il cinema, entrambi emblemi della modernità, nel bene del  progresso e nel male dei suoi orrori. Come una lunga carrellata in avanti verso i luoghi dello sterminio, e poi, almeno per alcuni, indietro verso casa dopo la liberazione che il peso della memoria non ha mai potuto rendere davvero tale e che le forme narrative continuano a rielaborare nel tentativo di rendere permanente tale memoria.

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