Derive


Mission to Mars (Brian De Palma, 2000)

Mercoledì 15 maggio 2013 (ore 16-18) partecipo come relatore al Seminario di estetica e storia dell’estetica, promosso dai professori Guido Boffi, Eugenio de Caro e Roberto Diodato presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il mio intervento, dal titolo Derive. L’esperienza filmica fra estetica, psicologia e neuroscienze, intende segnalare la rilevanza per l’estetica cinematografica di alcune scoperte relativamente recenti avvenute nell’ambito delle neuroscienze cognitive. In particolare cercherà di evidenziare la pertinenza del funzionamento dei neuroni visuomotori (i cosiddetti “neuroni canonici” e “neuroni specchio”) rispetto al concetto di affordance e al concetto di empatia. L’attivazione di queste classi di neuroni durante l’esperienza filmica consente allo spettatore di cogliere in modo immediato e preriflessivo le intenzioni e le emozioni (riferite ad atti intenzionali) del personaggio e costituisce il fondamento neurofisiologico dell’esperienza di condivisione di stati corporei e affettivi fra lo spettatore e le entità filmiche. Sposando il paradigma della cognizione incarnata (elaborato da alcuni neurobiologi sulla base della fenomenologia merleaupontyana e compatibile con gli assunti della filosofia simulazionista della mente), ma adottando una prospettiva critica, la mia proposta “neurofilmologica” viene testata rispetto a un particolare motivo dell’estetica cinematografica: il movimento del corpo umano in ambienti non gravitazionali. L’ipotesi di fondo è che i film di esplorazione spaziale, in particolare le sequenze che rappresentano astronauti impegnati nelle cosiddette “passeggiate spaziali” (2001: Odissea nello spazio, 2010: L’anno del contatto, Mission to Mars, ecc.), riescono a comunicare allo spettatore in modo più efficace rispetto ai film “gravitazionali” non tanto la sensazione dell’assenza di gravità, quanto l’assenza o almeno la riduzione dell’intenzionalità degli atti compiuti dai personaggi (in particolare atti di afferramento e sensazioni tattili), così come, più in generale, il disancoramento del corpo da qualsiasi riferimento saldo, al punto da suscitare nello spettatore un’impressione di “sospensione” corporea e di disorientamento. Mancanza di presa e mancanza di radicamento al suolo si manifestano rispettivamente in azioni in cui il personaggio non riesce ad afferrare l’oggetto del proprio atto prensorio e in movimenti o stati posturali soggetti a una sorta di “smarrimento” dovuto all’invalidazione della gravità. A fronte di questa inafferrabilità e questo disancoramento, l’estetica del film adotta precise strategie e soluzioni stilistiche volte a restituire allo spettatore l’esperienza della presa e dell’orientamento. Più che una “incorporazione” allora – e ciò è valido non solo rispetto alla condizione dell’astronauta, ma più in generale all’esperienza filmica intesa come esperienza di coinvolgimento corporeo – il film propone una “disincorporazione” che chiama sempre in causa (e in soccorso) una “re-incorporazione”.

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