La prospettiva del pipistrello


Cape Fear (Martin Scorsese, 1991)

Sul n. 164 di Segnocinema (luglio-agosto 2010) appare in apertura nella sezione “Saggi e interventi” un mio articolo dal titolo La prospettiva del pipistrello. Capovolgimento, stravolgimento, coinvolgimento nel cinema. Attraverso la propria speciale “corporeità” (ciò che la semiologia chiamerebbe “linguaggio”), il cinema pone in relazione il corpo del personaggio e il corpo dello spettatore. In tutte le epoche della sua storia, ha tentato di mettere in discussione l’equilibrio nel rapporto fra l’orientamento spaziale dell’uno e dell’altro, proponendo corpi a testa in giù o in grado di rompere la legge della gravità (che è proprio alla base di tale relazione). Se nel cinema classico l’orientamento viene ripristinato attraverso lo stacco di montaggio (come ne Il grande dittatore di C. Chaplin 1940) o giustificato dalle condizioni spaziali (2001 di S. Kubrick, 1968) o psicologiche (il musical Sua altezza si sposa di S. Donen, 1951) interne al film, il cinema contemporaneo propone allo spettatore un gioco più sottile. Continua a proporre forme di “normalizzazione” dell’orientamento percettivo sconvolto, ma con strategie che ne rivelano la propria intrinseca natura… come nel duello sospeso fra Batman e Joker nel Cavaliere oscuro di Nolan (2008). L’immagine di apertura di questo post invece è ovviamente la telefonata di Max Cady a Danielle Bowden in Cape fear – Il promontorio della paura di M. Scorsese (1991).

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