Domotica audiovisiva

Il talento creativo di Spike Jonze non si alimenta solo di cinema (Essere John Malkovich, 1999; Il ladro di orchidee, 2002; Nel paese delle creature selvagge, 2009; Lei, 2013), ma anche e soprattutto della libertà linguistica e dell’innovazione sperimentale concesse dai formati brevi. Dal 1992 Jonze ha firmato la regia di una sessantina di videoclip musicali, tra gli altri per Sonic Youth, Beastie Boys, Björk, Daft Punk, Chemical Brothers, Fatboy Slim, R.E.M e di una manciata di spot pubblicitari per aziende come Nike, Levi’s, Ikea, Adidas, GAP, Nissan, fino al commercial per l’essenza Kenzo World del 2016. In questo articolo pubblicato su Fata Morgana web mi soffermo su Welcome Home, nuovo spot di Jonze per l’HomePod di Apple, e analizzo il rapporto fra corpo e spazio, uniti e trasformati dalla musica e dalla danza in luogo mediale di estensione dell’immaginazione.

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Occhi, cuore, stomaco, cervello

In una magica e insolita sera d’inverno siciliano, gli studiosi e gli studenti che hanno preso parte al convegno “La cultura visuale nel XXI secolo” ottimamente organizzato da Andrea Rabbito all’Università degli Studi di Enna, hanno assistito a un reading tratto dal volume Teorie del cinema. Il dibattito contemporaneo, martedì 27 febbraio al caffè letterario Al Kenisa di Enna alta. Le voci di alcuni degli autori tradotti nel volume — Vivian Sochack, Patricia Pisters, Antonio Damasio, Murray Smith, Uri Hasson, Friedrich Kittler, Giuliana Bruno — sono state interpretate da Elisa Di Dio e Filippa Ilardo, accompagnate sullo schermo da alcune sequenze cinematografiche: l’apertura di Lezioni di piano di Jane Campion, la scena cruciale di Michael Clayton di Tony Gilroy,  la doccia cult di Psycho di Hitch, la cruenta amputazione di 127 ore di Danny Boyle, alcuni minuti de Il buono, il brutto, il cattivo del nostro Sergio Leone, l’ipnotico Koyaanisqatsi di Geoffrey Reggio e Line Describing a Cone dell’artista Anthony McCall. Un’esperienza per occhi, cuore, stomaco, cervello che ha dato concretezza sensibile al caleidoscopio degli sguardi sul cinema e i media audiovisivi che dibattono nel volume curato assieme a Ruggero Eugeni per Raffaello Cortina editore.

Qui alcune foto dell’evento

 

Limina Award 2018 for best translation to Teorie del cinema

The great job of a tight-knit team allowed Teorie del cinema. Il dibattito contemporaneo to win the XVI Limina Award for best Italian translation of an important contribution to film studies published in 2017. Thanks to the peerless co-editor Ruggero Eugeni, the patient translation team Anna Caterina Dalmasso, Federica Cavaletti, Enrico Terrone and Maria Nadotti, and the impeccable publisher Raffaello Cortina Editore. I am also grateful to the generous Italian community of scholars in film and media studies CUC, the tireless organizers of FilmForum, and the distinguished scholars whose ground-breaking contributions have been included in the book and who actively cooperated in the project: Vivian Sobchack, Antonio Damasio, Francesco Casetti, Patricia Pisters, Jussi Parikka, Erkki Huhtamo, François Albera, Maria Tortajada, Tim J. Smith, Murray Smith, Carl Plantinga, Uri Hasson, Raymond Bellour and Giuliana Bruno.

“In order to fully understand the crucial role that audio-visual media play in our world, recent developments in film theory represent an essential tool. Starting from this conviction, the editors of this book have collected some of the most innovative and influential contributions from international key figures in film studies. The twelveessays presented in the book are divided in three sections: cinema and philosophy, cinema and neurosciences, cinema and media archaeology, connected respectively with the themes of experience, organism and apparatus (or dispostif).

The editors’ rich introduction provides clearly and brilliantly the reader a broad and detailed framework to enter the complexity of such articulate debates, highlighting the recent process that brought film theory from post-structuralism to “infra-structuralism”. As they wrote in the introduction: “theory not as a product, but rather as an active condition, as a persistent habitat and as a connection net not always immediately visible, that makes possible and profitable the reflection, the discourse and the comparison with other disciplines.”Far more than a simple editorial work, this book proves to be an essential tool for Italian readers to navigate the current and ongoing theoretical efforts on cinema, a much necessary instrument in our mediatic era.

For these reasons, the Limina Award for Best Italian translation of an important contribution to film studies is assigned to Adriano D’Aloia and Ruggero Eugeni for Teorie del cinema. Il dibattito contemporaneo.”

Nella cucina della teoria del cinema

Nella sua Postfazione a Teorie del cinema. Il dibattito contemporaneo (Raffaello Cortina Editore, 2017, 408pp.), Francesco Casetti usa un’immagine molto efficace per descrivere l’evoluzione storica e lo stato attuale delle teorie del cinema: una gustosissima torta a quattro strati. Quattro strati – “teorie”, teorie classiche, Grand-Theory, post-theory – che, per quanto distesi uno sopra l’altro, non sono da intendere come fasi diacroniche di una sostituzione progressiva, bensì come sedimentazioni sincronicamente presenti e attive. Gustare una fetta di torta oggi significa prendere tutt’e quattro le farciture assieme (magari distinguendo e apprezzando i diversi sapori). Il problema è capire se questa torta composita è una prelibatezza che segna la nuova vita della teoria del cinema oppure un “mappazzone” che ne decreta fatalmente il declino. Se pensiamo a cosa è accaduto a partire dalla metà degli anni Novanta (quando cioè la post-theory ha cominciato a essere lo strato più richiesto della torta) dovremmo parlare di destrutturazione. Proprio come in pasticceria (e più in generale in cucina), le ricette tradizionali hanno cominciato a essere rivisitate e i diversi ingredienti del dolce a essere proposti in una struttura diversa, se non persino separatamente, lasciando a chi l’ha ordinato il compito di ricomporli direttamente nell’atto stesso del gustarli. Per descrivere lo stato attuale delle teorie del cinema (approssimativamente gli ultimi vent’anni) potremmo restare in pasticceria e mantenere la metafora della torta, stavolta però montandola su una di quelle strutture a più alzate, tipiche delle feste che seguono le celebrazioni importanti – in particolare, non a caso, i matrimoni. Non a caso perché in fondo si tratta di descrivere alcuni sodalizi, almeno tre, tutti molto appassionati, spesso tormentati. La questione della (impossibile, possibile, consigliabile o necessaria) sopravvivenza della teoria del cinema va letta infatti come il segnale di un fenomeno più profondo: alla fine degli anni Novanta la teoria del cinema cambia pelle e si riconfigura come pratica di dialogo tra specialisti del cinema e studiosi di altre aree.

Leggi l’articolo integrale su Scenari.

Critica e teoria del cinema: separate alla nascita


Sul n. 209 di Segnocinema una riflessione sul rapporto tra critica cinematografica ai tempi del web e teoria del cinema: gli “account” a fresco – impressionistici, immediati, fenomenologici – come materiale per un‘etnografia dell’esperienza filmica. E allora il critico, coi suoi occhi e il suo corpo, come etnografo del cinema.

Virtualmente presente, fisicamente invisibile

A piedi nudi sulla sabbia, indosso un visore per la realtà virtuale e comincio a muovermi nello spazio. Scorgo alcune luci all’orizzonte, tutt’attorno una scarna vegetazione, sono nel deserto. Tra i cespugli un gruppo di persone – migranti che cercano di varcare il confine tra Messico e Stati Uniti – si avvicina risalendo un dosso. La polizia piomba sul posto e un elicottero volteggia minaccioso sopra la scena. Vengo investito da un fascio di luce accecante, dal rumore assordante del motore e da folate d’aria fredda smossa dalle pale del velivolo. È il caos, i militari con i fucili spianati gridano ordini. Un uomo tenta di fuggire, ma viene colpito. Ci sono delle donne, un ragazzino, un neonato tra le braccia del padre. Sui loro volti la stanchezza e la disperazione. Dopo un secondo passaggio dell’elicottero, d’improvviso tutto tace. Ora i migranti siedono attorno a un tavolo; minuscole figure umane e una sorta di nave sembrano affondare nel piano liquido del tavolo. Poi si torna alle perquisizioni e agli arresti. Mi avvicino ad alcuni migranti, mi chino per vederli meglio in volto, resto al centro dei due fronti. Ora provo a distanziarmi per vedere la scena nel suo insieme, ma qualcuno mi strattona alle spalle: mi sono avvicinato troppo alle pareti della sala e un assistente mi ferma. Torno al centro e a un tratto, per una frazione di secondo, l’immagine quasi subliminale di un cuore ripulsa di fronte ai miei occhi. Uno dei militari mi urla contro, sembra ce l’abbia proprio con me, mi punta il fucile al petto, mi fissa dritto negli occhi, il suo sguardo mi segue anche se mi scosto verso destra. Quasi alzo le mani, sto per gettarmi a terra, ma infine tutto è inghiottito dal buio.

Ecco un’approssimativa e personale descrizione della sezione centrale di Carne y Arena, installazione multimediale creata dal regista Alejandro G. Iñárritu in collaborazione con il direttore della fotografia Emmanuel Lubetzki, il compositore Alva Noto e gli ILMxLAB (alla Fondazione Prada di Milano da giugno 2017 a gennaio 2018). Ne parlo – con atteggiamento entusiasta ma anche molto critico – in questo articolo pubblicato su Fata Morgana web.

Teorie del cinema. Il dibattito contemporaneo

Cover

Le immagini in movimento continuano a costellare la nostra vita quotidiana, immersa in una miriade di schermi – grandi e piccoli, fissi e mobili, personali e collettivi – e in un flusso ininterrotto di narrazioni audiovisive. Anche i discorsi e le riflessioni sul cinema e sui film non cessano di animare il dibattito culturale contemporaneo coinvolgendo un gran numero di istituzioni (accademiche e non), appassionati di cinema e semplici spettatori. Se, da un lato, i film rappresentano da sempre le tendenze e le tensioni sociali della nostra cultura, dall’altro le teorie del cinema riflettono sempre più l’incontro (e lo scontro) tra differenti visioni del mondo e della conoscenza.

Questa antologia presenta per la prima volta in italiano i contributi dei più autorevoli e originali rappresentanti dei film studies degli ultimi quindici anni. L’idea di fondo è che la riflessione sul cinema e sull’audiovisivo non si svolga in un perimetro chiuso e invalicabile, ma in aperto dialogo con altre discipline: con la filosofia, intorno al concetto di esperienza; con le scienze sperimentali, a proposito del concetto di organismo; con la teoria dei media, rispetto al concetto di dispositivo.

Un’articolata introduzione e una postfazione intenzionalmente provocatoria permettono al lettore di comprendere “dal vivo” come il pensiero sul cinema, nei suoi rizomatici mutamenti, sia fondamentale per interpretare la complessità dell’esperienza mediale contemporanea.

Teorie del cinema. Il dibattito contemporaneo
A cura di Adriano D’Aloia e Ruggero Eugeni
Postfazione di Francesco Casetti
Raffaello Cortina Editore, Milano 2017
ISBN 9788860309587

Contributi di François Albera, Raymond Bellour, Giuliana Bruno, Francesco Casetti, Antonio Damasio, Uri Hasson, Erkki Huhtamo, Friedrich Kittler, Jussi Parikka, Patricia Pisters, Carl Plantinga, Murray Smith, Tim J. Smith, Vivian Sobchack, Maria Tortajada


Premi

Limina Award 2018
Best translation of an important contribution to film studies

Recensioni

Le nuove teorie del cinema
Hollywood Party, Rai Radio 3

Il dispositivo cinematografico
di Gianfranco Marrone
DoppioZero, 22 marzo 2018

Vedere col corpo. Perché sobbalziamo al cinema
di Michele Smargiassi
Repubblica.it, 5 marzo 2018

“Cinema? Sì, ma con la filosofia, le neuroscienze e la mediologia”
Intervista di Mariagrazia Falà

Presentazioni

Università degli Studi di Padova
9 maggio 2018, ore 16.30

Caffè Letterario Al Kenisa
Enna, 26 febbraio 2018, ore 19

The Perfection Series, or why I can’t stop watching the Miracle Blade infomercial

I have always been fascinated by the “Miracle Blade” infomercial, in which Chef Tony demonstrates the miraculous powers of a series of kitchen knives. I used to watch it on the Italian television local channels endlessly… And I have always dreamt of studying the nature of such a fascinating experience. That’s what I will try to do at the 23rd SERCIA Conference “That’s Entertainment!”. Spectacle, Amusement, Audience and the Culture of Recreation in the Audiovisual Contexts of English-speaking countries, held at the University of Bologna. In my paper The Perfection Series. Informercial demonstrations as entertainment programs, I analyze the informercial genre – a misunderstood and under-researched form of television – in terms of semiotic strategies and stylistic aspects, but I also suggest that my unavoidable desire to watch is due at least to two kind of psychological and anthropological-based “appeals”, the technical appeal and the magical appeal

Appello per un’analisi gestaltista del film a dieci anni dalla morte di Rudolf Arnheim

Escher-Inception.pngEsattamente dieci anni fa, il 9 giugno 2007, moriva ad Ann Arbor, Michigan, all’età di quasi 103 anni, Rudolf Arnheim, lo psicologo dell’arte che grazie a opere come Arte e percezione visiva e Il pensiero visivo è stato e continua a essere un punto di riferimento obbligato per generazioni di studenti, studiosi e professionisti nel campo dell’analisi, della critica e della pratica delle arti visive. Arnheim è considerato anche uno dei teorici classici del cinema per la sua applicazione degli assunti della Psicologia della Gestalt all’analisi del film (Film als Kunst esce nel 1932). Le sue posizioni radicali sono state criticate in diverse epoche e ambiti intellettuali, ma sono per alcuni aspetti ancora valide e spesso vengono inconsapevolmente adottate da critici e studiosi.

L’evoluzione e la contaminazione dei linguaggi audiovisivi, la moltiplicazione e mutazione degli schermi, gli avanzamenti tecnologici applicati ai media e alle arti non hanno mutato le condizioni di base della composizione e della percezione visiva. È ancora possibile oggi applicare i principi della psicologia della Gestalt all’esperienza filmica, come fece Arnheim negli anni Trenta del secolo scorso? Un mio articolo intitolato “L’occhio creativo. Appello per un’analisi gestaltista del film a dieci anni dalla morte di Rudolf Arnheim” (Segnocinema #205) ripercorre in sintesi le premesse e le caratteristiche della teoria filmica di Arnheim, proponendone una sua rivitalizzazione.

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Ho avuto la fortuna di incontrare Arnheim personalmente, un assolato pomeriggio dell’agosto del 2005, in una residenza immersa nel verde nei dintorni di Ann Arbor. Conservo gelosamente una copia economica di Film as Art – la più diffusa – autografata con la mano secolare e fragile di un uomo di oltre 101 anni. Ma soprattutto il commovente ricordo di un incontro profondamente umano.

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Fashionating Images. Audiovisual Media Studies Meet Fashion

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Over the past decades, fashion has acquired centrality in social and economic processes for its capacity to penetrate and influence both cultural production and identitarian practices. The proliferation of media objects such as fashion films, makeover TV shows, fashion blogs and vlogs has shown how prolific the encounter between fashion and audiovisual media can be. The aim of Comunicazioni Sociali. Journal of Media, Performing Arts and Cultural Studies‘ special issue on Fahsionating Images. Audiovisual Media Studies Meet Fashion (No. 1, January-April 2017, co-edited by Adriano D’Aloia, Marie-Aude Baronian and Marco Pedroni) is to explore this intersection and, consequently, the cross fertilization between fashion studies and media studies, with particular regard to audiovisual media, such as cinema, television, advertising and digital video. The essays interrogate how the combination of fashion and the moving-image enables us to reflect upon the ubiquitous presence of fashion in our media-saturated landscape, and at the same time upon the ubiquitous presence of media in socio-cultural practices and industrial processes such as fashion. Questioning the encounter between audiovisual media and fashion brings an elective affinity to light. If fashion is central to cinema and television and gives rise to a wide range of new genres and formats, it also impacts on the forms of representation and expression of identity and the body via personal and social media, according to the prevailing customs and tastes of our place and time. This encounter is a terrain of experimentation with new trends in the media experience – ones that rely on performativity and the enhancement of the viewer/user’s agency. After all, audiovisual media are similarly about constructing a fictional (and entertaining) world and actively and creatively inhabiting it as an essential part of the actual world.

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