Nella cucina della teoria del cinema

Nella sua Postfazione a Teorie del cinema. Il dibattito contemporaneo (Raffaello Cortina Editore, 2017, 408pp.), Francesco Casetti usa un’immagine molto efficace per descrivere l’evoluzione storica e lo stato attuale delle teorie del cinema: una gustosissima torta a quattro strati. Quattro strati – “teorie”, teorie classiche, Grand-Theory, post-theory – che, per quanto distesi uno sopra l’altro, non sono da intendere come fasi diacroniche di una sostituzione progressiva, bensì come sedimentazioni sincronicamente presenti e attive. Gustare una fetta di torta oggi significa prendere tutt’e quattro le farciture assieme (magari distinguendo e apprezzando i diversi sapori). Il problema è capire se questa torta composita è una prelibatezza che segna la nuova vita della teoria del cinema oppure un “mappazzone” che ne decreta fatalmente il declino. Se pensiamo a cosa è accaduto a partire dalla metà degli anni Novanta (quando cioè la post-theory ha cominciato a essere lo strato più richiesto della torta) dovremmo parlare di destrutturazione. Proprio come in pasticceria (e più in generale in cucina), le ricette tradizionali hanno cominciato a essere rivisitate e i diversi ingredienti del dolce a essere proposti in una struttura diversa, se non persino separatamente, lasciando a chi l’ha ordinato il compito di ricomporli direttamente nell’atto stesso del gustarli. Per descrivere lo stato attuale delle teorie del cinema (approssimativamente gli ultimi vent’anni) potremmo restare in pasticceria e mantenere la metafora della torta, stavolta però montandola su una di quelle strutture a più alzate, tipiche delle feste che seguono le celebrazioni importanti – in particolare, non a caso, i matrimoni. Non a caso perché in fondo si tratta di descrivere alcuni sodalizi, almeno tre, tutti molto appassionati, spesso tormentati. La questione della (impossibile, possibile, consigliabile o necessaria) sopravvivenza della teoria del cinema va letta infatti come il segnale di un fenomeno più profondo: alla fine degli anni Novanta la teoria del cinema cambia pelle e si riconfigura come pratica di dialogo tra specialisti del cinema e studiosi di altre aree.

Leggi l’articolo integrale su Scenari.

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Critica e teoria del cinema: separate alla nascita


Sul n. 209 di Segnocinema una riflessione sul rapporto tra critica cinematografica ai tempi del web e teoria del cinema: gli “account” a fresco – impressionistici, immediati, fenomenologici – come materiale per un‘etnografia dell’esperienza filmica. E allora il critico, coi suoi occhi e il suo corpo, come etnografo del cinema.

Virtualmente presente, fisicamente invisibile

A piedi nudi sulla sabbia, indosso un visore per la realtà virtuale e comincio a muovermi nello spazio. Scorgo alcune luci all’orizzonte, tutt’attorno una scarna vegetazione, sono nel deserto. Tra i cespugli un gruppo di persone – migranti che cercano di varcare il confine tra Messico e Stati Uniti – si avvicina risalendo un dosso. La polizia piomba sul posto e un elicottero volteggia minaccioso sopra la scena. Vengo investito da un fascio di luce accecante, dal rumore assordante del motore e da folate d’aria fredda smossa dalle pale del velivolo. È il caos, i militari con i fucili spianati gridano ordini. Un uomo tenta di fuggire, ma viene colpito. Ci sono delle donne, un ragazzino, un neonato tra le braccia del padre. Sui loro volti la stanchezza e la disperazione. Dopo un secondo passaggio dell’elicottero, d’improvviso tutto tace. Ora i migranti siedono attorno a un tavolo; minuscole figure umane e una sorta di nave sembrano affondare nel piano liquido del tavolo. Poi si torna alle perquisizioni e agli arresti. Mi avvicino ad alcuni migranti, mi chino per vederli meglio in volto, resto al centro dei due fronti. Ora provo a distanziarmi per vedere la scena nel suo insieme, ma qualcuno mi strattona alle spalle: mi sono avvicinato troppo alle pareti della sala e un assistente mi ferma. Torno al centro e a un tratto, per una frazione di secondo, l’immagine quasi subliminale di un cuore ripulsa di fronte ai miei occhi. Uno dei militari mi urla contro, sembra ce l’abbia proprio con me, mi punta il fucile al petto, mi fissa dritto negli occhi, il suo sguardo mi segue anche se mi scosto verso destra. Quasi alzo le mani, sto per gettarmi a terra, ma infine tutto è inghiottito dal buio.

Ecco un’approssimativa e personale descrizione della sezione centrale di Carne y Arena, installazione multimediale creata dal regista Alejandro G. Iñárritu in collaborazione con il direttore della fotografia Emmanuel Lubetzki, il compositore Alva Noto e gli ILMxLAB (alla Fondazione Prada di Milano da giugno 2017 a gennaio 2018). Ne parlo – con atteggiamento entusiasta ma anche molto critico – in questo articolo pubblicato su Fata Morgana web.

Teorie del cinema. Il dibattito contemporaneo

Cover

Le immagini in movimento continuano a costellare la nostra vita quotidiana, immersa in una miriade di schermi – grandi e piccoli, fissi e mobili, personali e collettivi – e in un flusso ininterrotto di narrazioni audiovisive. Anche i discorsi e le riflessioni sul cinema e sui film non cessano di animare il dibattito culturale contemporaneo coinvolgendo un gran numero di istituzioni (accademiche e non), appassionati di cinema e semplici spettatori. Se, da un lato, i film rappresentano da sempre le tendenze e le tensioni sociali della nostra cultura, dall’altro le teorie del cinema riflettono sempre più l’incontro (e lo scontro) tra differenti visioni del mondo e della conoscenza.

Questa antologia presenta per la prima volta in italiano i contributi dei più autorevoli e originali rappresentanti dei film studies degli ultimi quindici anni. L’idea di fondo è che la riflessione sul cinema e sull’audiovisivo non si svolga in un perimetro chiuso e invalicabile, ma in aperto dialogo con altre discipline: con la filosofia, intorno al concetto di esperienza; con le scienze sperimentali, a proposito del concetto di organismo; con la teoria dei media, rispetto al concetto di dispositivo.

Un’articolata introduzione e una postfazione intenzionalmente provocatoria permettono al lettore di comprendere “dal vivo” come il pensiero sul cinema, nei suoi rizomatici mutamenti, sia fondamentale per interpretare la complessità dell’esperienza mediale contemporanea.

Teorie del cinema. Il dibattito contemporaneo
A cura di Adriano D’Aloia e Ruggero Eugeni
Postfazione di Francesco Casetti
Raffaello Cortina Editore, Milano 2017
ISBN 9788860309587

Contributi di François Albera, Raymond Bellour, Giuliana Bruno, Francesco Casetti, Antonio Damasio, Uri Hasson, Erkki Huhtamo, Friedrich Kittler, Jussi Parikka, Patricia Pisters, Carl Plantinga, Murray Smith, Tim J. Smith, Vivian Sobchack, Maria Tortajada

Disponibile dal 16-11-2017

The Perfection Series, or why I can’t stop watching the Miracle Blade infomercial

I have always been fascinated by the “Miracle Blade” infomercial, in which Chef Tony demonstrates the miraculous powers of a series of kitchen knives. I used to watch it on the Italian television local channels endlessly… And I have always dreamt of studying the nature of such a fascinating experience. That’s what I will try to do at the 23rd SERCIA Conference “That’s Entertainment!”. Spectacle, Amusement, Audience and the Culture of Recreation in the Audiovisual Contexts of English-speaking countries, held at the University of Bologna. In my paper The Perfection Series. Informercial demonstrations as entertainment programs, I analyze the informercial genre – a misunderstood and under-researched form of television – in terms of semiotic strategies and stylistic aspects, but I also suggest that my unavoidable desire to watch is due at least to two kind of psychological and anthropological-based “appeals”, the technical appeal and the magical appeal

Appello per un’analisi gestaltista del film a dieci anni dalla morte di Rudolf Arnheim

Escher-Inception.pngEsattamente dieci anni fa, il 9 giugno 2007, moriva ad Ann Arbor, Michigan, all’età di quasi 103 anni, Rudolf Arnheim, lo psicologo dell’arte che grazie a opere come Arte e percezione visiva e Il pensiero visivo è stato e continua a essere un punto di riferimento obbligato per generazioni di studenti, studiosi e professionisti nel campo dell’analisi, della critica e della pratica delle arti visive. Arnheim è considerato anche uno dei teorici classici del cinema per la sua applicazione degli assunti della Psicologia della Gestalt all’analisi del film (Film als Kunst esce nel 1932). Le sue posizioni radicali sono state criticate in diverse epoche e ambiti intellettuali, ma sono per alcuni aspetti ancora valide e spesso vengono inconsapevolmente adottate da critici e studiosi.

L’evoluzione e la contaminazione dei linguaggi audiovisivi, la moltiplicazione e mutazione degli schermi, gli avanzamenti tecnologici applicati ai media e alle arti non hanno mutato le condizioni di base della composizione e della percezione visiva. È ancora possibile oggi applicare i principi della psicologia della Gestalt all’esperienza filmica, come fece Arnheim negli anni Trenta del secolo scorso? Un mio articolo intitolato “L’occhio creativo. Appello per un’analisi gestaltista del film a dieci anni dalla morte di Rudolf Arnheim” (Segnocinema #205) ripercorre in sintesi le premesse e le caratteristiche della teoria filmica di Arnheim, proponendone una sua rivitalizzazione.

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Ho avuto la fortuna di incontrare Arnheim personalmente, un assolato pomeriggio dell’agosto del 2005, in una residenza immersa nel verde nei dintorni di Ann Arbor. Conservo gelosamente una copia economica di Film as Art – la più diffusa – autografata con la mano secolare e fragile di un uomo di oltre 101 anni. Ma soprattutto il commovente ricordo di un incontro profondamente umano.

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Fashionating Images. Audiovisual Media Studies Meet Fashion

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Over the past decades, fashion has acquired centrality in social and economic processes for its capacity to penetrate and influence both cultural production and identitarian practices. The proliferation of media objects such as fashion films, makeover TV shows, fashion blogs and vlogs has shown how prolific the encounter between fashion and audiovisual media can be. The aim of Comunicazioni Sociali. Journal of Media, Performing Arts and Cultural Studies‘ special issue on Fahsionating Images. Audiovisual Media Studies Meet Fashion (No. 1, January-April 2017, co-edited by Adriano D’Aloia, Marie-Aude Baronian and Marco Pedroni) is to explore this intersection and, consequently, the cross fertilization between fashion studies and media studies, with particular regard to audiovisual media, such as cinema, television, advertising and digital video. The essays interrogate how the combination of fashion and the moving-image enables us to reflect upon the ubiquitous presence of fashion in our media-saturated landscape, and at the same time upon the ubiquitous presence of media in socio-cultural practices and industrial processes such as fashion. Questioning the encounter between audiovisual media and fashion brings an elective affinity to light. If fashion is central to cinema and television and gives rise to a wide range of new genres and formats, it also impacts on the forms of representation and expression of identity and the body via personal and social media, according to the prevailing customs and tastes of our place and time. This encounter is a terrain of experimentation with new trends in the media experience – ones that rely on performativity and the enhancement of the viewer/user’s agency. After all, audiovisual media are similarly about constructing a fictional (and entertaining) world and actively and creatively inhabiting it as an essential part of the actual world.

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Fashionating Images. Audiovisual media studies meet Fashion

Fashionating

This CS Journal special issue (No. 1/2017) aims at exploring the encounter and intersection between fashion studies and media studies, with particular reference to visual and audiovisual products, e.g. cinema, television, advertising and digital media. Over the past decades, fashion acquired centrality in social and economical dynamics in Western culture for its capability to penetrate and influence both production and identitarian practices. Fashion both fully takes part in artistic processes as an autonomous aesthetic and semantic object (fashion as a medium) and has a pivotal role in crea­tive industry as a provider of fundamental material for the formation of imaginary worlds and characters (fash­ion as a media industry). At the same time fashion has established as an autonomous and institutionalized social field able to influence and shape contemporary culture.

Thanks to both its symbolic and corporeal substance, the outfit can be thought as a vehicle and a means of direct ex­pression of identity (fashion as a social and personal medium) and as a prosthesis of human relational faculty (fashion as a “technology of the body”). Symptom of this centrality is that, although fashion has been part of the cinematic mise-en-scène since the birth of cinema, in recent years new genres have arisen at the encounter between cinema and advertising, e.g. short fashion films. The world of fashion became the theme or the setting of a num­ber of television broadcasting networks or streaming services, programs and genres. Finally, it should be also consid­ered the growing role of social media and the rise of digital influencers such as fashion bloggers, YouTube and Instagram stars, who are challenging the field of traditional fashion media and using multimediality as a re­source to establish themselves as celebrities in a new media ecology.

We encourage scholars from the fields of both audiovisual media and fashion studies to explore this intriguing intersection and the new horizons of audiovisual fashion. We particularly welcome contributions that discuss how audiovisual studies and fashion studies can cross-fertilize each other and expand the theoretical framework of each approach. Objects of analysis and theoretical and/or methodological reflection may include (but are not limited to):

  • Theoretical/Epistemological intersections: Relationships between fashion studies and audiovisual me­dia studies; Phenomenology of the body and fashion; Mediatization of fashion; Fashion and the vis­ual mediascape; Fashion and visual culture.
  • Fashion and audiovisual media industry: Fashion and audiovisual media professionals; Costume de­sign.
  • Fashion and cinema: Fashion films; Fashion documentaries; Fashion film festival; Fashion in cinema.
  • Fashion and television: Fashion and TV commercials; Fashion-themed TV series; Fashion-themed real­ity TV shows.
  • Fashion and audiovisual aesthetics: Fashion and videoart; The use of audiovisual media in runaway shows.
  • Fashion and internet-based media: Fashion vlog and vloggers; Fashion and video social network sites; Fashion and video-celebrities.

The special issue will be co-edited by Marie-Aude Baronian (Universiteit van Amsterdam), Adriano D’Aloia (International Telematic University UniNettuno) and Marco Pedroni (eCampus University).

Deadlines & Guidelines

Please send your abstract to redazione.cs@unicatt.it by June 30, 2016. Notifications of acceptance will be emailed shortly after the deadline. Abstracts must be from 300 to 400 words long. The proposal shall include 5 keywords, authors, institution, and contacts (e-mail), together with a short curriculum (up to 5 lines) for each au­thor.

In case the proposal is accepted, authors will be asked to send the whole article preferably in English by October 2, 2016. Articles in Italian, French and Spanish will be accepted too. Contributions will be sent to two independ­ent reviewers in a double-blind procedure prior to publication decision. Articles should be of between 4,000-5,000 words in length (no more than 35,000 characters, spaces and notes included), but shorter articles will be considered.

 

Cognition of narrative events: a True detection

Schermata 2016-05-27 alle 11.04.51MediaMutations 8 (Università di Bologna, May 25-26) hosted the paper The boundaries of never-ending. Events cognition and complex TV series narratives, a first exploration and literature survey on the notions of cognitive events and event segmentation in contemporary popular audiovisual storytelling forms, such as films, serial films, anthological and serialized TV series. The project is developed in co-operation with prof. Ruggero Eugeni and within the more general framework of Neurofilmology, a theoretical approach aiming at a comprehensive interpretation of media experience through the intersection between semiotics/narratology/aesthetic and cognitive psychology and neurocognitive research.

What is an narrative event? How do we perceive, remember, predict a narrative event?  How do we organize our narrative experiences – nowadays more pervasive thank to quality TV – into events? What is the relationship between film editing and cognitive editing?

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As a case study, we offered a (bit provocative) comparison between two stylistically antipodean sequences of HBO’s crime drama True Detective. Whereas episode Who Goes There (01×04) “refuses” editing and is shot with a single 6-minutes long shot, episode Down Will Come (02×04) adopts intensified continuity and high-paced editing, with 300 cuts in 9 minutes… a very “gun shot”! Although radically different in terms of editing style, both the sequences help to reflect on critical issues such as causality, complexity, temporality and embodiment. Our aim is that of develop an embodied approach to “extended narrative temporalities”.

Our presentation design takes inspiration and materials from the marvelous infographic We keep the other bad man from the door, a tribute to True Detective by Nigel Evan Dennis.

Snapshot Culture. The Photographic Experience in the Post-Medium Age

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For the first time since the beginning of its history, exactly 50 years ago, Comunicazioni Sociali devotes a special issue to Photography: Snapshot Culture. The Photographic Experience in the Post-Medium Age (No. 1/2016, edited by Adriano D’Aloia and Francesco Parisi). For a long time, the study of photography has been a part of Art studies or a mere object of philosophical investigations. Yet, after the advent of digital technologies it progressively became central in Media and Communication studies. From the 2000s onwards, various social and technological events made photography more accessible, ubiquitous, public, cheap, democratic, immediate and shared than ever before, paving the way to a renewal of photographic experience. New objects, formats, devices, practices and uses emerged as specific traits of a ‘performative’ photographic agency. This emergence is allowed by the fact that photography, despite being one of the most ancient media, still shapes our lives, empowers our biological vision, and enhances our imaginative visual practices. The editors of this issue propose the term ‘snapshot culture’ to refer to  the combination of technological, aesthetic and practical shifts in contemporary photographic experience. Snapshot culture is characterized by a twofold dynamic: the persistence of the original traits of the photographic experience as it emerged and developed, coupled with the modulation of new opportunities offered by technological improvements and social changes. Indeed, the digitalization of photographic aesthetics and related media practices provides an ideal case for studying some of the most challenging developments in visual media aesthetics within the broader landscape of the post-medium condition and for reflecting on how photography theory has responded to such challenges in the post-theoryera. This special issue offers a critical investigation of photography’s ‘persistence’ in the media experience through both an analysis of concrete objects and phenomena (e.g. selfies, animated GIFs, social networking, computational photography)  and the refinement of theoretical approaches to photography.

» Table of Contents (Introduction free download) 


Per la prima volta nella sua storia, cominciata esattamente cinquant’anni fa, Comunicazioni Sociali dedica un intero monografico alla Fotografia: Snapshot Culture. The Photographic Experience in the Post-Medium Age (n. 1/2016, a cura di Adriano D’Aloia e Francesco Parisi). Lo studio della fotografia è stato a lungo appannaggio dell’ambito artistico-estetico, o tutt’al più oggetto strumentale di investigazioni filosofiche. Con l’avvento delle tecnologie digitali la fotografia ha invece guadagnato progressiva centralità negli studi sui media e sulla comunicazione. Dagli anni 2000 in avanti una serie di eventi sociali e tecnologici l’ha resa più accessibile, ubiqua, personale, economica, democratica, immediata e condivisa, e ha aperto la strada a una nuova esperienza fotografica. Nonostante sia uno dei più antichi media moderni, la fotografia continua oggi a dare visibilità e forma alle nostre vite, a potenziare la nostra visione biologica ed ad accrescere la nostra immaginazione visiva. I curatori di questo monografico introducono l’espressione “snapshot culture” per riferirsi al complesso dei mutamenti estetici e pratici dell’esperienza fotografica, con l’intento di evidenziarne gli aspetti rilevanti e innovativi, pur senza sottacere le ricadute problematiche. La “snapshot culture” è caratterizzata da una duplice dinamica: da un lato la persistenza dei tratti originari e costitutivi dell’esperienza fotografica, dall’altro la modulazione di nuove opportunità offerte dalle innovazioni tecnologiche e dai cambiamenti sociali, nello scenario di una più ampia “condizione post-mediale”. I contributi raccolti offrono un’esplorazione critica della “persistenza” della fotografia nell’esperienza contemporanea, sia attraverso l’analisi di oggetti e fenomeni concreti (dal selfie alla GIF animata, da Instagram alla fotografia computazionale…), sia attraverso la rilettura e la revisione degli approcci interpretativi finora utilizzati per comprenderla.

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